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Rupert Wyatt: «Un’invasione aliena? Potrebbe aiutarci a tornare uniti»

Il regista inglese racconta com’è nata l’idea della sua dittatura extraterrestre, come il suo modo di fare cinema è stato influenzato dai fumetti e quanto Captive State attinge dalla storia contemporanea
Dopo essersi fatto notare una decina di anni fa con un notevole film di evasione carceraria intitolato Prison Escape, Rupert Wyatt, dal Surrey, nel sud della Gran Bretagna dove è nato 46 anni fa, è salpato per gli Stati Uniti con l’arduo compito di riportare in auge la saga del Pianeta delle scimmie. Il suo reboot (L’alba del pianeta delle scimmie) è stato un successo clamoroso, ma Wyatt, che è anche uno dei membri fondatori del collettivo di filmmaker Picture Farm, non si è montato la testa e si è dedicato ai progetti che più gli interessavano. Uno è stato il rifacimento di un cult di James Toback (The Gambler), l’altro è Captive State, un film di fantascienza politica con alieni annessi che riflette sul presente attraverso i codici e la libertà creativa garantita dal genere.
Rupert, sbaglio o non è un caso che questo film veda la luce proprio sotto la presidenza Trump?
«In realtà non riguarda direttamente l’amministrazione Trump. Abbiamo iniziato a concepirlo agli albori della scorsa compagna elettorale. Non voleva quindi essere un atto d’accusa rivolto alla politica americana. Perché complicarsi la vita? Trovavo più interessante immaginare una situazione plausibile e universale in cui un governo incita alla militarizzazione dei cittadini, creando una situazione di resistenza all’interno di un perimetro occupato. Nel nostro caso, la storia si svolge a Chicago, ma ci sono dei riferimenti a quanto era successo in Iraq nel 2004 o ad altri contesti di guerra verificatisi recentemente».
Be’, essendo tu inglese di nascita, converrai che comunque l’assunto di base del film trova riscontro, non solo in quanto sta succedendo in America ma anche in Europa. No?
«Sì, direi di sì. Il gruppo di persone protagonista del film un po’ alla volta si ritrova isolato in un contesto estremo che li spinge a comportamenti sempre più primitivi. Mi rattrista pensare che, per quanto evoluti pensiamo di essere, continuiamo a essere governati dal nostro istinto più primordiale che è sempre in agguato e capace di produrre ingenti danni. Io ho cercato di ripensare a una situazione del genere creando un microcosmo dove si muovono diversi personaggi anche molto diversi tra loro. Che poi ci siano di mezzo degli esseri provenienti da un altro pianeta, questo è un altro discorso. Forse, ironia della sorte, è proprio quello che ci serve per tornare a essere uniti».
Di: Marco Cacioppo
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