Il mistero de “Il Trillo del Diavolo”: …

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Il mistero de “Il Trillo del Diavolo”: la melodia regalata dal Diavolo a Giuseppe Tartini

Il violino è certamente uno strumento capace di affascinare e rapire con i virtuosismi della sua stridente, vibrante melodia, sapendosi avvicinare con acume e irresistibile potenza alle corde dell’animo umano. Ma esso fu per Giuseppe Tartini, celebre violinista vissuto tra la fine del seicento e gli inizi del settecento, molto di più.
Custode di un animo ribelle e tempestoso, Tartini era forgiato da una sensibilità acuta e appassionata. Una sensibilità finemente levigata dai tumulti che accompagnarono i giorni di quella sua esistenza dibattuta tra il rifiuto dell’abito da frate, la rifuggita condizione da coniuge, la passione per l’arte da spadaccino e infine l’assordante, snervante studio del violino; che lo accompagnò sino all’ultimo dei suoi giorni.
Quella tavolozza su cui tutti i colori delle umane sensazioni sembravano poter trovare voce, inebriò difatti sin nelle viscere i pensieri e le fantasie di una vita dell’abile violinista. Nell’eco di ripetute tribolazioni ed inebrianti vocazioni, lo strumento assunse spesso per Tartini le sfumature di un’ossessione cocente ed alienante. Certo, avere innanzi un mezzo capace di intrappolare e dare espressione alle più remote note dell’animo umano cogliendo con audacia ogni flessione e spasmo del cuore doveva essere una tentazione troppo grande per Tartini, e negli anni i suoi studi galopparono senza remore, assumendo a tratti toni massacranti, sino ai termini di una dannazione lenta e sibillina, capace di accecare e allontanare dagli affetti e dalla realtà circostante.

Grandemente noto al pubblico per gli innumerevoli successi in ambito musicale, oggi il suo nome è però diffusamente impresso nella memoria collettiva per quella che viene considerata la più peculiare e luminare delle sue composizioni: la “Sonata per violino in sol minore”, ben più nota come:
Il “Trillo del diavolo”
Opera dall’altisonante titolo, il “Trillo del diavolo” è ritenuto essere uno dei più difficili brani per violino mai composti nella storia della musica. Di esso colpisce oltre che, la memorabile bellezza e la complessità tecnica del tratto, una celebre quanto misteriosa leggenda.
Sotto, il maestro Uto Ughi interpreta il Trillo del Diavolo:
Si dice infatti che prima di iniziare a scrivere Tartini si rifugiasse nella lettura di qualche composizione del Petrarca, cercando di instillare in sé stesso quella predisposizione fertile e affine all’arte e a ogni sua più accorta espressione, ma nel caso del “Trillo del diavolo”, il germoglio dell’ispirazione giunse da qualcosa di molto più remoto e misterioso.
Come Tartini ebbe a dire, il primo palpito del brano fu assaporato nel limbo di un sogno da allora mai più dimenticato.
In quella che divenne per egli una notte memorabile, Tartini disse di essersi visto innanzi il diavolo. Questi, osservandolo superbo e scaltro, gli avrebbe detto che per lo speciale incontro avrebbe dato sfogo a ogni suo capriccio o desiderio
Tartini allora, senza farsi attendere, agguantato rapido il suo violino sfidò il demonio con l’estro di chi sa di non poter essere battuto. Ma quale fu il commosso stupore allorquando il demone, ghermito il prezioso strumento, iniziò ad intonare la più soave e sopraffina delle melodie mai concepite o anche solo immaginate da mente umana.
Una melodia tanto sublime e toccante da non poter contemplare paragone alcuno. Con beffarda naturalezza, il diavolo sembrava infatti manovrare tutte le umane passioni e disfatte, le sensazioni di gloria e di ardimento, le tristezze e intemperanze nell’ode di una ballata stridente e suggestiva.
La raffinatezza di un Allegretto dapprima lento e delicato si gettava corposo nel turbinio di un ghigno sinistro e impetuoso, declinando la sua essenza in una danza vorace e struggente; memore dell’eco del genio malefico che in quel frangente la dipingeva con estro e caparbia sulla tastiera levigata.
In quell’istante la maestosa opera vibrata dai sapienti, malevoli artigli fece apparire a Tartini ogni altra melodia dapprima udita come scialba e inespressiva. Entusiasta e rapito, egli ascoltava ogni nota e inclinazione musicale traboccando di beatitudine e ammirazione. La verità di ogni cosa doveva essergli apparsa allora a un breve, piccolo passo dalla conquista.
Eppure ciò che colpì ancor più Tartini fu l’impassibilità impressa sul volto dell’abile suonatore.
La ridondante incapacità del demone di contrarre la virgola di una sola emozione era indelebile, assordante. Apparve rivelato allora a Tartini lo scioccante mistero di quell’emozione spietata che affiorava vorace sulle corde tese dagli artigli della bestia; quegli artigli che tutto sembravano conoscere, si dimenavano famelici, proferendo le storie di tormenti e passioni cui il malefico appariva eppure totalmente estraneo.
Lo stupore non durò però a lungo. L’ultima delle più vivaci e cupe note fece improvvisamente riemergere Tartini da quel sogno ispirato e straripante.
Appena riavuta coscienza della realtà circostante, egli si sentì colto dallo smarrimento. Afferrato l’adorato strumento, egli tentò di riprodurre ciò che aveva avuto poc’anzi il dono di udire. Eppure, quale atroce sorpresa lo attendeva. Egli incespicava afflitto e sgomento innanzi a quelle corde che gli urlavano ora l’impossibilità di ricreare l’originale suono.
Quel suono era entrato nelle fibre del suo essere, in qualche modo doveva essere ancora lì in qualche anfratto nascosto della sua mente
Eppure, il pathos rivoltoso e galoppante di quella melodia sembrava aver lasciato ora posto ad un brano dalla corteccia valorosa, ma grezza. Una melodia conturbante, ma priva del guizzo feroce ed ammaliante che in sogno lo aveva fatto vibrare sin nelle ossa.
Quel nettare di vita che sembrava essergli appartenuto sino a pochi istanti prima, appariva ora rifuggire la qualsiasi materializzazione. Di esso altro non restava che il lembo di una maestosità ormai perduta e mai più contemplabile.
La desolazione fu devastante. Essa fu tale che a un tratto Tartini desiderò distruggere lo strumento di una vita, trafiggerne le corde e con esse ogni cosa proferisse ancora memoria della musica.
Ma quello stesso strumento che generava e ora accresceva in egli la dannazione, era eppure invero respiro e ancora di ogni sua ora.
Fu così che la pulsione di quella notte speciale ed inspiegabile, diede in seguito luogo a una serie di interminabili studi ed elaborazioni, sino alla realizzazione di ciò che ad oggi viene definita “una delle più geniali trovate del Settecento violinistico”.
L’opera vide la luce ben 17 anni dopo il famoso “sogno rivelatore” e data alle stampe solo dopo la morte dell’autore stesso
Di essa, si annovera la celebre comparsa nel fumetto di Dylan Dog, ma anche nel romanzo thriller dello scrittore Carlo Lucarelli, nell’anime Yami no matsuei e nel libro autobiografico di Uto Ughi, uno dei più grandi violinisti italiani.
Il mistero che ha avvolto parte della genesi dell’opera, fu il sale costante di una vita per il musicista. Avvezzo ad una vena di misticismo, egli era solito inserire nelle sue opere testi cifrati quali citazioni letterarie o invocazioni ai Santi e non smise di affascinare e stupire anche dopo la morte, allorquando all’apertura della sua tomba e di quella della moglie, si scoprì che le ossa erano incredibilmente scomparse lasciando posto ad un materiale di difficile spiegazione; identificato dagli studiosi solo in seguito quale conseguenza del precedente uso di acido solforico volto a coprire in passato gli odori effusi dalle tombe.
In seguito alcune interpretazioni hanno voluto attribuire la figura di quel “diavolo” impresso nel ricordo di Tartini, al ben più recondito simbolo dello strumento che tanto ossessionò i giorni del talentuoso violinista; vivendolo quasi quale carnefice del suo allontanamento dalla famiglia e dalla fede.
Molti pensarono inoltre che, giacché infortunatosi la mano in un incontro di scherma, la complessità studiata per il brano volesse essere in parte una vendetta elaborata dal Maestro verso gli altri violinisti: se egli non la poteva suonare, nessun altro avrebbe potuto eseguire l’opera sua prediletta.
Divenuto celebre anche per la scoperta del terzo suono o suono di combinazione per differenza o suono di Tartini, Tartini smise infine di suonare nel 1765 a causa di disturbi psicosomatici e di ulteriori dolori. Così, negli ultimi anni della sua esistenza, si concentrò di più sullo studio dei problemi di teoria musicale, dando al contempo alla stampa molte delle sue composizioni e lasciando in eredità al mondo oltre 200 manoscritti strumentali e circa 80 pubblicazioni.
Alla fine i successi musicali duramente conquistati, trasformarono per Tartini ciò che era stato vissuto come la fonte di frustrazione di una vita intera, nella via per una rivincita sociale tanto agognata, cui il trillo fece quasi da colonna sonora; trasformando un semplice sogno, nella polla di un peregrinare ardente ed insaziabile verso la conquista di un successo e di una rivalsa tanto combattuta e solo infine assaporata.
DI: Giada Costanzo
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